Dicembre 2006

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Archivio Dicembre 2006

AUGURI

GW (25/12/2006 - 22:51)

Dunque, in questi giorni di festa cristiana, ho analizzato un pochetto i vari messaggi di auguri natalizi che

arrivano via sms, e pensavo che potrebbero essere

indizi interessanti per capire a grandi linee il carattere del mittente (un po’ come con l’oroscopo insomma).

Partiamo dal presupposto che la maggior parte delle persone, ahimè, li manda in serie, cioe’ ne inventa o ne copia uno e lo manda a tutti uguale. Di solito li sgami subito dal fatto che nel testo non compare il nome del destinatario.

I messaggi ad personam (a differenza delle leggi) sono davvero rari, e ne approfitto per ringraziare chi ha la pazienza di dedicarvisi.!

Comunque, per chi li manda seriali, anche il solo fatto di scegliere determinate parole piuttosto che altre, è già indicativo della personalità.

E allora ho pensato di raggruppare le diverse tipologie di “auguranti” in alcune, generalizzate, categorie.

In quale rientrate? e soprattutto, chi più ne ha più ne metta!

 

 

 

      

 

     

      1)      il   classico-tradizionalista  

        auguri di buon natale e felice anno nuovo

      2)  il venale                                   

       tanti auguri sinceri di serenita' e soldi

 

      3)     l’amichevole:

 

          un caloroso buon natale dal tuo amico paolo rossi

 4)      il poetico

 

 “se qualcuno vestito di rosso ti rapisce e ti chiude dentro a un sacco… Non ti preoccupare,

ho chiesto un tesoro a babbo natale! tanti auguri!

 

5)      l’auguratore precoce (lo manda nella settimana tra il 10 e il 17 dicembre)

 

  “prima che si intasino le linee, ti faccio tantissimi auguri di buon natale e buon anno

 

6)      l’essenziale

 

  “auguri

 

7)      l’essenziale esagerato

 

  “augurissimi

 

8)      l’approfittatore

 

  auguri, ma preferirei farteli a voce: quando ci vediamo?

 

9)      il no alla guerra

 

 “buon natale senza se e senza ma

 

10)    in conflitto con se stesso

 

 “quest’anno non voglio fare auguri a nessuno, perche’ non ha senso ricordarsi degli amici solo nelle feste. Le persone importanti nella vita le portiamo nel cuore tutto l’anno e tu nel mio cuore ci sarai per sempre. Con immenso affetto, auguri!”

 

11)   l’anticonformista cattolico finchè morte non ci separi

 

 “ogni messaggio in questo giorno festivo rischia di sembrare comune e riciclato. Ma non è così. La vita di noi uomini è fatta di odio e amore, di salute e malattia, di fortuna e sfortuna, di bene e male. Io a te che sei una persona a me cara auguro di trovare sotto l’albero tanto amore, salute, fortuna

e tutto il bene del mondo

 

12)  il super-eroe

 

 “che lo spirito eupeptico del natale possa avvolgerti e renderti sempre più forte come un power ranger

 

13)  la tela

 

 “la pienezza e la ricchezza della mia esistenza sono il frutto delle sfumature cromatiche che ho respirato e vissuto. Grazie per avermi colorato

 

14) il pentito natalizio

 

 “scusa per quello che ti ho fatto, auguri

15) l'SSSS

  

  "buon natale con tutte le S al posto giusto: salute successo soldi e sesso”

16)  cazzi tuoi

  

 “se festeggi o no un augurio te lo mando

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ode al pinolo

GW (23/12/2006 - 16:37)

È notte alta e sono sveglia,
mi alzo nel buio freddo dell’inverno ma la strada la conosco.
La mia meta sei tu.
Sfioro i bordi del letto
Lividi pregressi testimoniano l’antefatto
Telai delle porte siete la mia salvezza
Ore digitali lampeggiate per favore
Illuminatemi il cammino mie bussole incupite
Eccoti scala!
Gradino dopo gradino a piedi nudi
Guai se mamma dal sonno leggero vi capta
Ora sono un piano sotto
Finalmente, meta mia mi appropinquo
Corridoio dal pavimento gelido ma silenzioso
Oltrepasso l’ultima porta
Costeggio il divano marrone carezzandolo
Eccoti frigo, mia fredda cassaforte
Ti apro ti illumini
In basso, a sinistra la mia mano s’allunga
Spalanca l’involucro di carta che fa troppo casino per i sonni leggeri
buongiorno, pinolo delle mie brame
Sei così piccolo pallido indifeso
Vieni qui, nella mia bocca, che ti difendo io
Vieni qui al calduccio
Assaporarti è un’estasi sembri duro ma basta poco per sgretolarti
Come la neve ti dissolvi tra i miei denti
Sei già ridotto ai minimi termini
Dove sei finito non capisco più ti ho perso
sei come la felicità
Duri un attimo e si sente subito la tua mancanza
Allora riallungo la mia manaccia e ne prendo un altro due tre undici una manciata
tutta la mano zeppa di pinoli
Giuro non voglio altro nella vita
solo pinoli e ancora pinoli
Che gusto hai pinolo? Vaniglia crema farina neve
Di cosa sei fatto pinolo? chi ti ha inventato?
Ti manca la pigna? Ti dispiace se ti mangio?
 
buon natale pinolino mio
 
 
 
 
 
 
 

donne in tv maschilista

GW (14/12/2006 - 18:37)

Questa mattina una giornalista mi ha chiesto cosa ne penso di tutte queste ragazze gnocche e senza cervello che lavorano in tv.

Io ho risposto che il problema non sono le ragazze, le quali potrebbero anche essere tutte plurilaureate con tanto di master che comunque sarebbe lo stesso. Il problema è che la televisione, o meglio chi in televisione prende le decisioni, non richiede assolutamente (tranne in rari casi che si possono contare sulle dita di una mano) donne culturalmente o professionalmente preparate. Non servono, che se ne dovrebbero fare? L’unica conoscenza richiesta è quella televisiva nel senso di essere sempre aggiornate su cosa sta succedendo nelle tramissioni chi è stato nominato chi ha vinto l’isola. Si fanno altre e numerose trasmissioni in cui si discute solo di reality, e gli ospiti non possono certo farsi trovare impreparati. Sbagliare un congiuntivo sì, ignorare chi è la pupa no. E’ una televisione totalmente autoreferenziata che si autoalimenta.

Tranne poche rare eccezioni la tv è molto maschilista, troppo maschilista, ancora maschilista.

Ma vi rendete conto: perché dobbiamo stare seminude giovani zitte e sorridenti a fare da contorno al presentatore che parla? Ma cosa siamo, soprammobili a scadenza come lo yogurt? Menomate?

A questo punto però mi viene da pensare che la colpa sia anche e soprattutto di noi donne, che stiamo al gioco. Ci facciamo trattare come merce al mercato, e ci sguazziamo pure. Ci lusinghiamo.

Sorridiamo sempre, abbassiamo la scollatura, obbediamo all’uomo.

Uomo intelligente, donna bella.

Che palle però…

Certo, se ti ribelli prendono un’altra, chi se ne frega. Mica aspettano te.

E’ un circolo vizioso di concause e alleanze strane. E’ un circolo che, un po' utopisticamente, vorrei rompere. Chi ci sta?

E soprattutto, che ne pensate voi màsculi?

 

PS: la signora nella foto a sinistra è la mia nonnina novantenne e svizzera e un po' scioccata dalla tv italiana

l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna

GW (09/12/2006 - 16:29)

Piergiorgio Welby "Lasciatemi morire"

"Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia.

E vorrei morire all'alba insieme a loro".


Piergiorgio Welby è l'autore della lettera al presidente della Repubblica in cui lo scorso settembre chiedeva di poter ottenere l'eutanasia, alla quale Giorgio Napolitano ha risposto così:

"Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l'elusione di ogni responsabile chiarimento".

Nel 1963 un medico gli disse: "non supererai i vent'anni". Distrofia muscolare progressiva.

Attraversa gli anni Sessanta e Settanta viaggiando per l'Europa. Le droghe, la pittura e la lettura lo aiutano per un po' a dimenticare il proprio destino. Non muore a vent'anni, ma la malattia procede inesorabile.

Negli anni Ottanta vi è un ulteriore aggravamento; tento la disintossicazione col metadone. Funziona, ma non posso più camminare.

Incontro Mina, nativa dell'Alto Adige, durante un viaggio parrocchiale a Roma ed è un colpo di fulmine.

Mi sposo e aspetto la fine. Non arriva. Ma con l'aggravarsi della malattia, facciamo un patto: se avrò una crisi respiratoria non voglio che chiami soccorso e mi faccia ricoverare. Non voglio accettare la tracheostomia, un atto chirurgico cruento che mi renderebbe schiavo di un ventilatore polmonare.

Il 14 luglio 1997 altro aggravamento: insufficienza respiratoria, l'ultimo stadio della distrofia. Perdo i sensi, vado in coma. Mi risveglio nella rianimazione del Santo Spirito. Mina non è riuscita ad accettare di perdermi, l'ambulanza ha trovato tutti i semafori verdi, nessuna fila d'attesa al Pronto soccorso, ho subito l'intervento. Sono tracheostomizzato.

Oggi respiro con l'ausilio di un ventilatore polmonare Eole 3xO, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare) e altri alimenti semiliquidi, parlo con l'ausilio di un computer e di un software". .

Nel libro "Lasciatemi morire", appena uscito in libreria per le edizioni Rizzoli, Piero sviscera la nuova e antichissima realtà della morte, usando versi di poesia e codici di legge, secoli di ricerca filosofica e mezz'ore di reparto rianimazione. Ma soprattutto rende evidente l'impossibilità, per lui e per le migliaia di persone nelle sue condizioni, di rimandare ulteriormente questa battaglia.

I brani che seguono sono tratti dal suo libro, e sono frammenti delle decine di interventi pubblicati da Piero Welby sul suo blog www.calibano.ilcannocchiale.it .

11 giugno 2002

Dio non mi ha mai ascoltato, mai. Nemmeno quando mio padre, distrutto dal tumore alla laringe, tentava di respirare ma i suoi sforzi si concludevano in un rantolo strozzato che nemmeno il cortisone riusciva più a calmare. E avevo chiesto a Dio di far cessare quel tormento, avevo implorato piangendo: «Dio fallo morire, fallo morire adesso». Che senso aveva quell'agonia?

Possibile che nessuno potesse far qualcosa per farla cessare? Mi ero chiesto, angosciato, se non esistesse un limite a quello che un uomo deve sopportare, ma neppure i medici mi avevano saputo rispondere. Il loro lavoro era quello di mantenere in vita chiunque il più a lungo possibile.

Anche Dio non mi aveva risposto, era rimasto chiuso nelle chiese, protetto nei conventi, aveva fatto lacrimare qualche Madonnina di gesso e aveva lasciato che i medici continuassero a portare avanti quell'assurdità.

Nemmeno la mia cagna aveva sofferto tanto. Quando il veterinario le aveva diagnosticato un tumore all'utero, le perdite di sangue erano diventate più copiose e aveva cominciato a rifiutare il cibo, le aveva fatto un'iniezione al torace, all'altezza del cuore e Diana era rimasta accoccolata tra le mie braccia, fino a quando un velo lattiginoso le aveva spento per sempre l'ambra dorata degli occhi.

«È morta, la lasci pure.»

La morte poteva anche non essere una cosa tanto terribile. Bastava impedirle di distruggere, in poco tempo, tutta una vita.

5 dicembre 2002

Una mattina di metà novembre risalivamo un canalone spazzato dalla tramontana. Il terreno ghiacciato scricchiolava a ogni passo, il vento gelido faceva lacrimare gli occhi e le mani erano rattrappite sul fucile, e stavo pensando a quei paesaggi fiamminghi di Rubens... Quando un fischio di mio padre mi riportò alla realtà. Diana era in ferma. Ci spostammo cautamente, cercando la posizione migliore... poi un frullo e due coppie di starne volarono da sotto il muso del cane. Mio padre abbatté in rapida successione la coppia che aveva piegato dalla sua parte. Io colpii la prima ma non riuscii a sparare alla seconda.

«Perché non hai sparato?»

«Non ho potuto muovere il dito.»

«Sarà il freddo...»

«No papà. È la distrofia.»

Mi prese la mano tra le sue e la frizionò con forza.

«Papà, sparami! Voglio morire in piedi e con il sole negli occhi... Non paralizzato in un letto.»

«Piero, questo non puoi chiedermelo... Tutto ma non questo.»

«Se non posso chiederlo a te a chi dovrei chiederlo?»

Mi abbracciò e disse: «Ti prometto che non morirai paralizzato in un letto».

Provai una sensazione indefinibile, una pace, una tranquilla serenità... Non avevo più paura del futuro!

Mio padre prese il pacchetto color ocra delle Aurora e mi passò la sigaretta accesa. Ci guardammo negli occhi.

«Hai visto la rimessa?»

«Sì, papà. S'è posata tra le ginestre giù nella piana.»

Perché chiesi a mio padre di uccidermi? Forse lo rite nevo responsabile del mio dramma e volevo punirlo o, forse, quello che cercavo era un gesto d'amore assoluto che andasse oltre l'immaginabile. O volevo solo legarlo al mio destino... Perché ad Alfredo e Piero non fu riservata la stessa sorte di Antonio e Alessandro?

Il caso, solo il caso... Complice il cielo azzurro, una sigaretta, lo sguardo di un cane... e una starna da ribattere.

L'uomo saggio vive finché deve

Alla fine di febbraio 2006 sono stati prosciolti la madre e il medico che hanno dato la morte al giovane tetraplegico Vincent Humbert.

I fatti: vittima di un gravissimo incidente d'auto, Vincent Humbert, diciannovenne, si sveglia dopo mesi di coma. È tetraplegico, muto e quasi cieco. Riesce a muovere solo il pollice e in questo modo dà dei segnali alla madre Marie, l'unica persona con cui comunica. E le chiede di poter morire.

Una vicenda che avrebbe ispirato Eschilo, Sofocle e Euripide, una «tragedia» che avrebbe dovuto culminare nella catarsi e liberare gli animi dalle passioni attraverso la compassione.

E che invece è stata metabolizzata dagli «organi» dell'informazione e offerta ai fruitori come se, sfrondata dagli inutili orpelli barocchi di una sofferenza che non ha risposte, si riducesse a un concetto solo: l'eutanasia è una battaglia ideologica dei sani, gridata sui giornali. Una battaglia di carta, abile a usare cinicamente le storie giuste.

Forse la «colpa» è del cristianesimo che, sottraendo la morte all'irreparabile dell'individualità che non torna per ridurla a peccato-morte-resurrezione, ha liquidato definitivamente il tragico. Oppure è il riflesso pavloviano di chi non vuole ammettere che l'eutanasia non è «una battaglia ideologica dei sani», ma una possibilità di cui gli uomini, o meglio «i mortali» (nel senso greco del termine) non possono fare a meno perché, come scrive Euripide nelle Troiane: «Il non nascere - dico - è uguale al morire, ma è meglio morire che vivere nel dolore».

Il filosofo latino Lucio Anneo Seneca scrive che «l'uomo saggio vive finché deve, non finché può», e forse questo ammonimento va girato alla medicina.

Come si dice a proposito della ricerca scientifica, non tutto quello che si può fare è lecito fare.

C'è la cronaca, a ricordarcelo. Per fortuna o purtroppo.

Do not resuscitate me

Ci sono domande che, come fiumi carsici, dopo essersi imposte all'attenzione dell'opinione pubblica per un accanimento mediatico che trascolora in un sospetto di voyeurismo, spariscono dalle prime pagine e dai Tg per sprofondare nel sottosuolo dell'indifferenza, dando l'illusione che abbiano avuto una risposta definitiva, o che il problema che esse ponevano sia stato risolto.

Naturalmente non è così. Quelle domande senza risposte continuano a popolare le notti e i giorni di chi non ha bisogno dell'attenzione interessata dei media per ricordare, perché quelle domande se le pone quotidianamente.

Una di queste domande alla quale, in Italia, ci si ostina a non voler dare una risposta è questa: «C'è un diritto alla morte così come c'è un diritto alla vita?».

Il professor Gadamer, noto filosofo morto all'età di 102 anni a Heidelberg il 14 marzo 2002, in una intervista rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, il 10 aprile 1991 rispose: «Sì! Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poi ché il morire, l'agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l'uomo vive come uomo consapevole e sano».

Il mistero è un salutare bagno di umiltà che ci riconsegna alla fauna dalla quale cerchiamo incessantemente di prendere le distanze. Una volta svelati tutti i misteri del cosmo resterebbe il più grande dei misteri: perché si nasce e si muore? c'è un senso nella vita? nella morte? Forse rifiutiamo di accettare la più semplice delle risposte: siamo elementi di un ciclo che si rinnova di struggendo. Chi ha creato il ciclo? Diceva un filosofo che è inutile porsi domande che non possono avere risposta

La morte, la grande assente

Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un'umanità convinta di aver conquistato l'immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all'anno, scopando con due preservativi infilati sull'uccello... insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un'Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un'altra manciata di anni è assi curata!

Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz... zzzz... zzz... e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz... zzzz... come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz... zzz... io non ci riuscirei mai. Zzzzz... zzzz... meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.

La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L'accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell'autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi... Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.

La morte - il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte - non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.

Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall'offensiva integralista-terrorista?

Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: "Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?" Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza... oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.

Postille

Ci vorrebbero silenziosi, ci vorrebbero costringere in un ruolo che non ci appartiene, ma noi ci faremo sentire, parleremo con le impersonali voci sintetiche offerteci dalla tecnologia, chiederemo, chiederemo, chiederemo... fino a quando, se non l'assordante silenzio di Dio, cesserà almeno l'ingiustificabile silenzio dell'Uomo.

Com'è difficile vivere e morire in un Paese dove il Governo fa i miracoli e la Conferenza episcopale «fa» le leggi.

Lo scriviamo un racconto corale? io comincio...

GW (08/12/2006 - 21:50)

Ogni giorno entra nel bar di Mario e dice buongiorno a tutti quelli che siedono ai tavoli.

Lo dice perché gli sembra buona educazione farlo.

Sfoglia il giornale e scambia due parole con Mario. Lui gli offre sempre il caffè. Quando c’è ressa aiuta il cameriere a pulire i tavolini di ferro sulla strada.

Dio dà del cibo ad ogni uccellino,ma non glielo mette nel nido

GW (06/12/2006 - 00:04)

star liguri

GW (02/12/2006 - 01:54)

noi liguri non siamo bravi a fare solo il pesto (rigorosamente coi fagiolini, mi raccomando!)... guardate qui cosa ha combinato un ragazzo talentuoso a dir poco che si chiama Angelo Licata che l'ha scritto e diretto, e prodotto insieme ad un altro genio notturno, Davide Bigazzi:

 

salvate-vi!

GW (01/12/2006 - 14:04)

Piccolo ma importante consiglio: fate il backup, salvatevi tutti i documenti foto video importanti che avete sul computer perché non si sa mai, basta un attimo e si può perdere tutto.

Ho assistito recentemente a scene di tragica disperazione grida e pugni contro il muro da parte di  persone a cui è stato rubato il computer o si è rotto l’hardware.

Idem per la rubrica telefonica nel cellulare.

Non rimandate, fatelo ora!

sara

GW (01/12/2006 - 11:08)

Sara brocchi, queste righe sono solo per te. Ma tutti devono sapere quanto ti voglio bene e quanto mi manchi. L’avevi detto e l’hai fatto. Cazzo. L’australia. Ma un po’ più vicino no? Però hai ragione, quando una cosa la fai, tanto vale farla tosta. Un po’ come per le bugie, se le dici almeno dille grosse…

 

E tu l’hai fatta grossa sara. Sara la rossa, poi sara la bionda. Sara toro, sara che prende le cose seriamente e le porta avanti. Sara che si scazza, ma poi ci ripensa. Sara la saggia che fa cose fuori di testa. Sara solidale ma che se ti deve dire una cosa te la sbatte in faccia senza filtri. Sara che ogni tanto fa male. Sara che c’è, sempre, a prescindere dagli oceani. Sara che si laurea con una tesi piena di errori di ortografia e poi prende la seconda laurea con voti pazzeschi e tutto questo lavorando.

 

Sara inconsapevole della sua consapevolezza. Sara che si lascia sorprendere. Sara e Daniele.

 

Sara a cologno monzese. Sara e le sue indagini di mercato e non solo. Sara dalla Claudia logorroica. Sara onesta che non si frega neanche un profumino quando lavora. Sara che parla tedesco. Sara e le sue foto di donne in camera. Sei bella sara, anche se tu non lo sai. Sara e i suoi fratelli. Sara e i suoi consigli: il mondo è pieno di donne che aprono le gambe subito, tu tienile chiuse! Sara che la mattina va in piscina. Sara che quando vado a casa sua mi fa il thè verde. Sara che ha l’ambizione di non avere ambizioni. Sara che è ironicamente intelligente. Sara che sarà? Sara elena e giorgia che litigano a ischia. Sara che fa un corso di fotografia e poi si dimentica tutto quello che ha imparato. Sara non un’amica, una sorella.

 

Sara che viene a roma, mi porta all’ikea, mi costringe a comprare il dannato parquet e poi vola in australia quando bisogna montarlo!

 

Ora ti prego torna sara, il parquet è montato! (dal mio falegname…)

 

post al post

GW (01/12/2006 - 10:01)

Per onestà intellettuale, devo dirvi che non penso davvero tutte le cose che ho scritto nel post blue in merito al grigio.

Io non amo le vie di mezzo né la mediocrità né la noia né l’insoddisfazione.

Però sull’onda dei commenti di sardonico, marco e corto mi andava di scrivere qualcosa sul grigio.

Così ho provato a sostenere una tesi che in realtà non mi appartiene. Ma la forma estetica della dialettica, in quel caso, ha preso il sopravvento. Fino a diventarne il contenuto.

Scusate.

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